Galerie Filafriques, Boulevard James-Fazy 18, 1201 Genève
Ingresso libero
Una mostra curata in collaborazione con Mayi Arts
Carine Biley e Ngalula Mafwata sono lieti di presentare “Langages Sacrés: Les Métamorphoses”, la mostra personale del fotografo e artista visivo camerunese Martin ABEGA presso Filafriques a Ginevra. Presentata nell’ambito di una collaborazione tra Filafriques e MAYÌ ARTS, a cura di Ngalula Mafwata, la mostra riunisce una selezione di composizioni fotografiche e di opere che fondono fotografia, tessuti, ricamo, conchiglie cauri e carbone. «Langages Sacrés: Les Métamorphoses» esplora i processi di trasformazione che attraversano sia il corpo che lo spirito: la prova, la fragilità, la traccia, la trasmissione e la rigenerazione, incarnate metaforicamente attraverso la figura femminile.
DALL’IMAGE ALLA MATERIA
L’universo di Martin ABEGA riunisce il corpo, la memoria e la bellezza. Per ABEGA, la fotografia non è mai un fine in sé. È una porta, un portale sacro verso altri territori del pensiero interconnessi. Dalla fotografia al tessuto, dal ricamo al carboncino, l’immagine si prolunga, si frammenta, si assorbe e prende forma in modo diverso. Alle metamorfosi interiori corrispondono quindi metamorfosi visive. «Lingua sacra: Le Metamorfosi» non cerca di imporre un’interpretazione definitiva del sacro. La mostra apre piuttosto uno spazio di contemplazione e di interrogativi. Cosa rimane di noi dopo la trasformazione?
Nota: Questo testo è stato tradotto da un software di traduzione automatica e non da un traduttore umano. Può contenere errori di traduzione.
DALL’IMAGE ALLA MATERIA
L’universo di Martin ABEGA riunisce il corpo, la memoria e la bellezza. Per ABEGA, la fotografia non è mai un fine in sé. È una porta, un portale sacro verso altri territori del pensiero interconnessi. Dalla fotografia al tessuto, dal ricamo al carboncino, l’immagine si prolunga, si frammenta, si assorbe e prende forma in modo diverso. Alle metamorfosi interiori corrispondono quindi metamorfosi visive. «Lingua sacra: Le Metamorfosi» non cerca di imporre un’interpretazione definitiva del sacro. La mostra apre piuttosto uno spazio di contemplazione e di interrogativi. Cosa rimane di noi dopo la trasformazione?
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